Yvan Sagnet

Yvan-SagnetIl suo nome riporta alla mente la rivolta di braccianti che nell’estate del 2011 si ribellarono ai caporali a Nardò, innescando un’indagine che si concluse con l’arresto di ben sedici persone. Nato nell’aprile del 1985 a Douala, in Camerun, si era innamorato del Bel Paese guardando i mondiali di calcio di Italia ’90, iniziando poi a studiare la lingua, la cultura e la storia di quel luogo che un giorno avrebbe voluto raggiungere.

“Mi sono trasferito nel 2008 vincendo una borsa di studio al Politecnico di Torino – spiega Yvan dopo la proiezione del film – dove ho anche trovato un lavoretto in un super mercato per arrotondare un po’. Ma dopo tre anni ho perso la borsa e non sono riuscito a trovare nessun lavoro stagionale in città. Tramite un amico sono venuto a sapere che in estate in Puglia c’è una forte richiesta di manodopera per la raccolta di frutta e verdura, e quindi sono partito a fare il bracciante in un campo di pomodori a Nardò, in provincia di Lecce. Lì ho scoperto un’Italia che non pensavo esistesse. Nella masseria di Boncuri eravamo oltre cinquecento persone, per lo più Africani, e la nostra vita era interamente gestita dai caporali, che con scuse di vario genere ti ritirano i documenti sin dal primo giorno e poi sfruttano il tuo lavoro con ricatti e paghe da fame. Alla masseria c’erano circa duecentocinquanta tende, quindi la maggioranza era costretta a dormire per terra, o al massimo su un materasso pagato cinque euro e puntualmente rubato il giorno seguente”.

“La mattina ci alzavamo all’alba – prosegue Yvan – ed eravamo obbligati ad aspettare che i furgoncini del caporali venissero a prenderci per portarci al campo di lavoro. Un viaggio che ci veniva a costare cinque euro e che non eravamo autorizzati a fare a piedi. Eravamo pagati a cottimo: 3,50 euro per ogni cassone da un quintale di pomodori, e in una giornata di lavoro da circa quindici ore ti potevi anche ritrovare con una paga da meno di venti euro. Essendo zone di campagna isolate, senza negozi né bar nelle vicinanze, eravamo anche costretti a comprare cibo e bevande dai caporali: 3,50 euro per un panino e 1,50 per una bottiglia d’acqua. Lavoravamo a ritmi massacranti, sotto il sole e i quaranta gradi di temperatura delle campagne salentine, ma se ti capitava di sentirti male eri anche costretto a pagarti dieci euro per il trasporto fino al pronto soccorso. In tre giorni di lavoro non ho mai visto un controllo, anche perché i caporali venivano avvisati in anticipo quando dovevano venire gli ispettori di lavoro, così gli irregolari rimanevano alla masseria e tutto sembrava normale”.

Dopo quei tre giorni d’inferno Yvan Sagnet ha quindi deciso di ribellarsi e con lui gli oltre cinquecento migranti che lavoravano in quel campo di pomodori di Nardò, e dopo un’indagine, un processo e l’arresto di sedici persone, oggi esiste una legge sul reato di caporalato.

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Ghetto Italia
di Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano
Dalla Puglia al Piemonte, passando per la Lucania, il Lazio e la Campania, i braccianti immigrati sono sempre più spesso vittime di un caporalato feroce, che li rinchiude in veri e propri “ghetti a pagamento”, in cui tutto ha un prezzo e niente è dato per scontato, nemmeno un medico in caso di bisogno.

Questa brutale realtà la conoscono in pochi, taciuta dalle istituzioni pubbliche locali, dal sistema agricolo italiano, dalla piccola e media distribuzione e dalle multinazionali dell’industria agroalimentare, che si servono di questa forma coatta di sfruttamento, imponendo un ribasso eccessivo dei prezzi dei prodotti. Si tratta di un complesso sistema criminale in cui a rimetterci sono solo i braccianti, costretti a pagare cifre impensabili per vivere stipati in baraccopoli insalubri, lontano da qualsiasi forma di civiltà.

Un reportage fatto di storie raccontate da chi vive in questa situazione al limite della sopportazione fisica e psicologica, un incredibile viaggio nei nuovi ghetti disseminati per l’Italia da nord e sud. La mappa di un paese ridisegnato da razzismo, ingiustizia e indifferenza.

Ghetto Italia è questo e molto altro ancora.

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